“La creatività è un fattore decisivo di competitività per le imprese”

“La creatività è un fattore decisivo di competitività per le imprese”

In un’intervista rilasciata alla CCIS, Alessia Correa, esperta in intelligenza emozionale, coaching e leadership, offre importanti spunti di riflessione sul ruolo della creatività nella gestione e nello svilupppo delle imprese.

 

Executive Coach certificata dall’International Coach Federation ed esperta in “Creative problem solving”, Alessia Correa da diversi anni sviluppa progetti nelle aree di Formazione e Sviluppo Personale, Lavoro di Gruppo e Coaching Creativo.

 

Originaria di Trieste e residente a Madrid dal 2012, in questa intervista ci parla di creatività e innovazione e dell’importanza di questi fattori nello svilupppo delle imprese.

 

1)    Creativi si nasce o si diventa?

Io sostengo che creativi si nasce. Infatti la creatività non è, o non è soltanto, il lampo di genio, ma è una caratteristica propria dell’uomo. Nasciamo tutti quanti creativi, il che è abbastanza facile da condividere se solo andiamo a ritroso nel tempo e approdiamo a quei ricordi che ci vedono nel passato giocare con amici invisibili e immaginare possibile ogni nostro più balzano pensiero.

 

2)    Se è vero che tutti nasciamo con le stesse potenzialità a livello creativo, perché solo alcuni sanno usare la creatività come strumento per raggiungere i loro obiettivi, o risolvere problemi?

La risposta è semplice: perché la creatività si può sollecitare o spegnere. Tutti noi sviluppiamo nel tempo freni inibitori che ci inducono a stare con “i piedi per terra”: tutta la nostra educazione formale si fonda sulla deduzione più che sull’intuito, fatto che ha portato certamente ad enormi progressi. Ma l’altro lato della medaglia è che solo una mente  lasciata in libertà, attraversata da un continuo flusso di idee, di immagini, di concetti, moltissimi dei quali privi di valore pratico,  può sperare di ricavare nuove idee. Siamo il frutto degli ambienti  più o meno stimolanti e fertili che abbiamo frequentando fin da piccoli. Se una società non “produce” individui creativi educandoli grazie a un sistema scolastico capace di premiare anche la creatività, succederà che, nel prosieguo del tempo, avremo un’idea “diversa”ma non avremo il coraggio di esprimerla per paura del giudizio degli altri. La nostra “fiducia creativa” e la libertà di immaginare possibilità diverse da quelle abituali avranno lasciato il posto ad una sorta di timore e a quella pericolosissima frase “la creatività non fa per me”.

 

3)    Come possiamo evitare di “spegnere” la creatività che c’è in noi?

La creatività si può allenare ed è possibile nutrirla intenzionalmente.
Vi lancio questa sfida: Scrivete su un foglio 10 soluzioni per questo problema “come aprire una porta”.     Non metteteci più di 2 minuti per trovarle. L’esercizio inizia quando non riuscirete più a trovare soluzioni semplici o banali al problema: da quel momento state facendo palestra per la mente e iniziate ad allenare la creatività.

 

4)    Creativitá e  impresa:  è un binomio sempre vincente?

Proviamo prima a definire cosa  vuol dire creatività:  realizzare connessioni e collegamenti, insoliti e utili, utilizzando elementi preesistenti della realtà, ma combinati tra loro in forme nuove e originali.
Sono convinta quindi che la creatività sia un fattore decisivo di competitività sui cui un’impresa deve investire, è una competenza fondamentale per la produttività delle aziende per riuscire a stare al passo col progresso scientifico e tecnologico.
Dal punto di vista concorrenziale, le imprese subiscono una forte pressione competitiva poiché si trovano a dover gestire la globalizzazione dei mercati e le esigenti richieste dei clienti. Affinché le imprese non si facciano cogliere impreparate, è necessario riuscire a dotarsi di un’elevata flessibilità organizzativa, nonché di adattabilità ai continui mutamenti dei mercati. In altre parole, oltre a preparare un ambiente favorevole al cambiamento, occorre che le organizzazioni facciano ricorso a risorse umane in grado di impiegare massicce dosi di creatività nello svolgimento delle attività lavorative.
In Google, è stato istituito un tempo creativo, pari al 20% dell’orario di lavoro. Metà dei nuovi prodotti realizzati ogni anno da Google nasce in quelle ore destrutturate. Il processo creativo «diventa una mentalità» e le buone idee all’interno di un’azienda «non sono patrimonio esclusivo di pochi eletti ma possono diventare una competenza di base richiesta a tutti coloro che lavorano in azienda.

 

5)   La mancanza di tempo e l’eccesso di lavoro ripetitivo spesso inibiscono la capacitá di generare nuove idee e soluzioni. Quali sono gli ingredienti essenziali per favorire un ambiente “creativo”?

Innanzitutto è importante sapere che essere creativi è faticoso. Infatti se non stiamo attenti, la mancanza di tempo e la routine fanno sì che inseriamo il pilota automatico da quando suona la sveglia a quando andiamo a dormire. Che se da un lato è indubbiamente molto comodo e alle volte necessario, dall’altro costituisce anche la “morte” della creatività.
Prima ancora di parlare di ambiente “creativo”, infatti,  parlerei di “spirito creativo”. Non bisogna temere di mettere in discussione ciò che è consolidato; sì alla curiosità – osservare, sempre, tutto-; sì al cambiare punto di vista, al sospendere il giudizio, al trovare più di una risposta sola per singola domanda. In un solo concetto: sì allo sviluppo del pensiero divergente. Esistono numerose tecniche che ci possono aiutare in questo senso; e bisogna conoscerle e poi praticare, praticare, e ancora praticare.
Per stimolare la creatività un ambiente di lavoro innanzitutto ci deve essere una  forte volontà dell’azienda a valorizzare la creatività dei dipendenti e le loro idee. Come? Incoraggiando l’esplorazione e la sperimentazione di idee; i luoghi di lavoro devono essere spazi di apprendimento, che promuovono processi, pensieri e strumenti creativi. Bisogna fare attenzione al tipo di atteggiamento verso il fare le cose in maniera differente. Espressioni come “non possiamo farlo in quel modo perché…”, “costa troppo”, “lo abbiamo fatto sempre così”, “non mi verrà permesso di farlo”, “è troppo difficile” sono indici di mancanza di creatività e soprattutto di mancanza di cultura verso la creatività.
Il mio consiglio è:  Uscite dagli schemi conformisti.  Rinnovate, innovate e inventate. Siate creativi.
6)    Si rilevano differenze  tra Spagna e Italia nel modo in cu si inceniva e si utilizza la creatività a livello di imprese?

Per affrontare la differenza fra l’approccio italiano e quello spagnolo mi sembra interessante partire da una premessa: l’economia spagnola per anni è stata spinta dal mattone. Le famiglie e le imprese investivano quasi esclusivamente nell’immobiliare e in Borsa, con le conseguenze che sappiamo: bolla immobiliare e crisi.
Dall’altro lato è certo che la crisi economica di questi ultimi anni ha costretto gli spagnoli a cambiare il pensiero e a comprendere che la sicurezza, molte volte, è data dal sapersi differenziare, portando valore nella società e creando qualcosa di nuovo. Infatti, quello che ripeto sempre, è che la cosa più sicura, in tempo di crisi, quando l’approccio “standard” non funziona più, è essere creativi e intensificare gli sforzi affinchè i modelli siano scalabili e esportabili. Un esempio chiave per capire come la creatività funziona e si esporta dalla Spagna, è la gastronomia.
Anche l’atteggiamento degli investitori si è modificato: sempre più persone guardano al mondo del venture capital e delle start-up come possibilità per investire.
Infine, anche a livello pratico, l’interesse per le nuove imprese è molto più alto: si guarda alle start-up come unica soluzione per creare qualcosa di nuovo, creare soprattutto occupazione. In questo senso, quindi, la creatività sta diventando un elemento essenziale per poter innovare nel mercato creando prodotti e servizi nuovi.
L’Italia invece, anche al tempo della grande recessione, ha continuato ad essere la seconda manifattura d’Europa, con una forte diversificazione tra settori. Il Made in Italy è sempre stato associato a concetti quali creatività, immaginazione e versatilità. È un prestigio antico, che si basa sulla creatività che sposa qualità ed inventiva.
Inoltre vanno sottolineati alcuni fattori caratteristici della situazione italiana che fanno ben sperare e che forse non trovano il giusto spazio nelle analisi economiche che vengono periodicamente realizzate e pubblicizzate. Innanzitutto la centralità delle PMI nel processo di innovazione generale: al contrario degli altri Stati membri, infatti, le risorse investite in questo settore provengono in egual misura dai grandi gruppi (51%) e dalle piccole e medie aziende (49%). Tradotto in termini economici su 15,9 miliardi di euro totali spesi per l’innovazione, ben 7,8 provengono dalle PMI, mentre in Germania, ad esempio, il rapporto è di 9,3 miliardi su 70 totali. Anche per quanto riguarda il numero di imprese che “fanno innovazione”, l’Italia è superiore alla media europea con il 56,3% delle imprese contro il 52,9% dell’Ue.

 

7)     le politiche di impresa adottate nei due Paesi sono volte a favorire o disincentivare  la creativitá?

Secondo la mia esperienza, sia in Italia, sia in Spagna, le aziende sono organizzate con una struttura gerarchica la quale propone schemi, ruoli e  processi di sviluppo ben pianificati che tendono a diminuire la creatività e le proposte da parte delle persone che compongono la struttura. Non dico che non vengano adottati metodi e processi creativi per la generazione di idee e per l’innovazione del business. Infatti moltissimi prodotti e servizi che tutti i giorni utilizziamo sono nati da progetti che hanno adottato le metodologie della creatività. Ma ciò che manca a mio avviso, è una cultura diffusa in cui la creatività faccia parte del set delle competenze di tutti gli impiegati, con processi, metodi e momenti dedicati e dove tutti si sentano liberi di contribuire con le proprie idee sapendo che verranno valorizzate come bene prezioso di aziende ed imprese. In questo senso penso che ci sia ancora molto da fare affinchè le imprese, in Italia e in Spagna, si rendano conto che la creatività è un metodo, un processo continuo, che si può imparare, per poter innovare. Anzi, si deve imparare. E’ necessario puntare sul capitale umano, offrire alla persone che lavorano nelle imprese strumenti e metodi che fomentino la loro creatività e lasciar loro la libertà di offrire idee nuove, col rischio calcolato anche di un loro errore a vantaggio di un’esperienza acquisita.
Ritengo che molte aziende non hanno piena consapevolezza della propria capacità innovativa, né posseggono gli strumenti e le risorse adatte a metterla in pratica. Per integrare l’innovazione agli altri processi aziendali è necessaria un’ open innovation,  favorendo “un processo di co-generazione delle idee” che porti alla luce questo potenziale inespresso.
Solo le organizzazioni che sapranno sfruttare la creatività e l’energia dei loro collaboratori potranno fornire i prodotti e i servizi richiesti dai nuovi mercati.

 

8)  L’attuale situazione di crisi economica e la conseguente ricerca di “vie alternative” possono servire da stimolo per investire nella creativitá?

Cito Albert Einstein: “Non possiamo risolvere problemi con lo stesso tipo di pensiero con cui li abbiamo creati”.
Siamo di fronte a cambiamenti epocali, che richiedono un vero e proprio cambio di paradigma! Anche se generalmente riteniamo di non poter associare l’economia o il sistema sociale al concetto di creatività, questa diventa una risorsa cruciale nel favorire l’individuazione di alternative. Lo scenario che abbiamo di fronte ci pone sempre la scelta tra due possibilità: cercare di applicare ad ogni costo soluzioni già conosciute, anche se inefficaci perché non adatte ai nuovi problemi da risolvere, o sforzarci di inventare soluzioni nuove e convalidarle, ossia verificare quelle che corrispondono meglio ai problemi.
Questo secondo atteggiamento esprime una certa dose di coraggio per far emergere la capacità creativa.
Prendo ad esempio la ricerca del lavoro da parte dei giovani d’oggi, che di questi tempi si sta rivelando un’impresa particolarmente difficile. E si sa, la crisi aguzza l’ingegno e la creatività. E se la creatività non garantisce per forza un’offerta lavorativa, di certo aiuta a far parlare di sé e attirare l’attenzione di nuovi datori di lavoro o clienti. Sono nate così le idee più creative degli ultimi anni per realizzare curricula davvero unici e dal sicuro impatto.

 

 

Alessia Correa

Nata a Trieste nel 1976 da 2 anni risiede a Madrid.

Esperta in intelligenza emozionale, coaching e leadereship,da più di dieci anni lavora nell’ambito delle Risorse Umane, prima nella Generali Group Innovation Academy, la Corporate University della multinazionale italiana leader nel settore delle Assicurazioni,  e  attualmente sviluppando in proprio progetti nelle aree di Formazioe  e Sviluppo Personale, Lavoro di Gruppo e Coaching Creativo.
È anche Excecutive Coach, certificata dall’ICF (International Coach Federation).

 

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La Spagna tra i 12 mercati di importanza primaria per l’export italiano

La Spagna tra i 12 mercati di importanza primaria per l’export italiano

Secondo l’ultimo rapporto Ice – Prometeia, redatto per il Comitato Leonardo, l’insieme dei Paesi che assorbono attualmente il 59% dell’export italiano costituirà anche nel futuro l’obiettivo prioritario per le imprese italiane 

 

Sono 12 i mercati esteri che rivestono un’importanza primaria per l’export italiano. Germania, Francia, Stati Uniti,  Svizzera, Regno Unito, Spagna, Russia, Cina, Turchia, Giappone, Brasile ed Emirati Arabi (elencati secondo l’ordine di incidenza sull’export italiano) assorbono infatti il 59% dell’export dal Belpaese (dati 2013), per un valure complessivo di 210 miliardi di euro.

 

Sono alcuni dei  dati che emergono dal rapporto Ice – Prometeia,  redatto per il Comitato Leonardo e presentato a Roma lo scorso 8 luglio, che mette in risalto l’importanza che questi stessi mercati hanno mantenuto nel tempo, nonché il protagonismo che rivestiranno anche nel futuro più immediato.

 

Le esportazioni italiane verso questi 12 paesi erano già il 60% nel 1970 e sono rimaste sostanzialmente invariate nel corso degli ultimi 40, attraversando indenni un periodo di profondi cambiamenti: Dalle crisi petrolifere, alle ripetute crisi finanziarie, passando per la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Pur con profondi mutamenti nella composizione delle nostre esportazioni verso questi paesi, il loro peso è rimasto quindi invariato, segno inequivocabile di un vantaggio competitivo mantenuto e difeso con determinazione dalle imprese italiane, che in questi mercati  possono conseguire margini sufficienti a continuare ad investire ed innovare per mantenere una posizione di leadership in molti prodotti.

 

Obiettivo prioritario anche per il futuro

Le prospettive future son incoraggianti per le imprese italiane, già ben posizionate in questi 12 mercati. Secondo lo studio, l’insieme dei 12 Paesi assorbirà il 57% delle importazioni mondiali nel prossimo triennio. Per l’Italia, nel caso mantenesse l’attuale quota di mercato, si tradurrebbe in 28 miliardi di esportazioni aggiuntive verso questi Paesi. È infatti su questi mercati che il valore aggiunto del made in Italy  (design, qualità, contenuto tecnologico e innovativo) è maggiormente riconosciuto, posizionando pertanto le imprese italiane tra i fornitori di fascia alta in tutte le principali produzioni considerate.

 

Inontre, sempre secondo lo studio, alzare la quota italiana negli altri 8 tra i 12 mercati considerati, avvicinandola ai  livelli raggiunti nei primi 4 (Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito), comporterebbe un potenziale guadagno per le imprese italiane calcolato in 170 miliardi di euro (quasi il 50% dell’export italiano attuale). Un’ulteriore crescita, stimata in 65 miliardi di euro l’anno, potrebbe inoltre derivare dall’aumento del numero di imprese nazionali esportatrici fino ai livelli dei mercati europei.

 

Il mercato spagnolo: consolidare il brand Italia per cogliere le opportunità

Nel caso specifico del mercato spagnolo,  l’Italia continua a mantenere una posizione di vertice nella classifica dei principali competitor sia nelle produzioni tipiche del made in Italy (dove si colloca al quarto posto, dopo Cina, Francia e Portogallo) sia nella meccanica (al terzo posto dopo Germania e Francia).

 

Secondo lo studio, che si basa su un’indagine effettuata su opinion leader, le imprese italiane dovranno lavorare su due fronti per sfruttare le opportunità offerte dal mercato. Da un lato dovranno rafforzare le caratteristiche in intrinseche del brand Italia (qualità, sfarzo e bellezza, capacità di innovazione e stile), che guidano l’acquirente spagnolo verso la scelta di un prodotto italiano. Dall’altro, dovranno essere in grado di continuare a offrire prodotti di alta gamma mantenendo la qualità degli stessi su standard elevati, pur in un mercato in cui il prezzo è il maggior ostacolo all’acquisto di un prodotto italiano. Una considerazione che vale sia per i prodotti destinati al consumo delle famiglie, ma anche per i beni di investimento, in un mercato che vede la presenza dei principali competitor europei.

 

Secondo lo studio, la sfida dell’industria italiana sarà quella di curare alcuni aspetti percepiti come debolezze del Sistema Italia, “offrendo non più solo un prodotto, ma anche un servizio integrato”, dalla fase di ingresso nel mercato fino all’assistenza post-vendita, per poter quindi consolidare le proprie posizioni in un mercato che nei prossimi anni dovrebbe tornare a offrire finestre di opportunità per le imprese.

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